giovedì 23 gennaio 2014

La macelleria di Sansone

Piera Piram ricorda i tempi in cui aprì col marito l'attività al Mercato Centrale

Quando Piera Piram e Gino Chiapponi, ancora fidanzatini, misero piede per la prima volta sulla pedana di legno dietro il banco N° 21 della macelleria al Mercato Centrale, era da poco passata la guerra. Armando, il padre di Piera, proveniva da una famiglia di affermati norcini, titolari di un’avviata attività in Piazza dei Mille, e pensò bene di rendere i due giovani partecipi della nuova coinvolgente avventura. Al vecchio Piram spetta la palma del primo assoluto in Toscana, e Piera azzarda forse addirittura in Italia, ad importare carne di manzo e vitello congelata dalla lontana Repubblica Argentina: una svolta per il modo di pensare e, soprattutto, di mangiare delle famiglie appartenenti ad ogni classe sociale. Con l’avvento di quel tipo di carne, dal prezzo decisamente più abbordabile rispetto a quella fresca, anche chi era soggetto alle ristrettezze economiche conseguenti  al secondo conflitto mondiale e, di conseguenza, ad una dieta più povera, poteva permettersi una buona bistecca un po’ più di frequente.
“Lo smercio della carne, di qualsiasi taglio, era talmente celere da non rendere necessario l’utilizzo di un bancone congelatore,” – racconta Piera – “infatti abbiamo acquistato il primo banco-frigo solo alla fine degli anni sessanta. Non si faceva in tempo a metterla sul banco che spariva in men che non si dica. La clientela era molto varia tuttavia i più danarosi approfittavano della carne congelata per fare voluminose scorte laddove i meno abbienti riuscivano a permettersi una bistecca o un pezzo di lesso in più”. Con l’idea della carne congelata, il Piram servì da spunto ai macellai di tutta la Toscana che approfittarono della novità per allestire giri d’affari a raggio sempre più ampio: i più intraprendenti, come i Catalani di Figline Valdarno, imbastirono reti di distribuzione ancor oggi sulla cresta dell’onda.
“Ognuno in mercato aveva un soprannome:” – continua Piera – “Vitellone, Boccino, Veleno, Ricciolo, Pipino, Cicci, Baceci… nessuno usava il nome di battesimo, a testimonianza della grande famiglia di cui facevamo parte. Il mio Gino lo chiamavano Sansone, appellativo nato allorché da ragazzo sfoggiava una capigliatura folta e fluente, oltre ad un fisico davvero invidiabile, e se l’è portato dietro finché non abbiamo lasciato l’attività”. Gino è stato un atleta vecchio stampo, già Campione Italiano Militare dei 100 metri piani, della classe “S” di Vela, atleta della compagine rugbistica labronica e, ciliegina sulla torta, niente popò di meno che tedoforo in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960. Piera tradisce un inevitabile moto di commozione, nel ricordare il brillante passato agonistico del proprio consorte, della cui compagnia il destino l’ha privata meno di otto mesi fa.
Prima dell’alba i macellai scaricavano dai camion dei fornitori i quarti posteriori interi, detti “pistole”, per la particolare conformazione, e subito cominciavano a lavorare la carne. “Ci recavamo in bottega fin dalle quattro e mezzo del mattino, per preparare le forniture per i ristoranti e le mense oltre che per i clienti abituali il cui afflusso iniziava già verso le sette. Gino era particolarmente abile nel taglio delle varie partiture di carne. La sua particolare propensione consisteva nell’individuare sempre il fascio muscolare giusto dopodichè, col coltello, praticava una piccola incisione nel quarto di manzo impercettibilmente scongelato, ed infine a forza di scalpello e martello spartiva i vari tagli. Con i pezzi duri come il marmo, individuare il verso giusto era fondamentale. Solo negli anni settanta cominciammo ad importare i pezzi già spartiti”. Si scioglie allorché rammenta l’abilità del consorte nel taglio delle bistecche: due colpi opportunamente assestati alla lombata e la bistecca cadeva sul massiccio tagliere di legno. “Era capace di colpi talmente precisi che non si sbriciolava neanche l’osso e si poteva ricostruire la lombata intera, riaccostando le bistecche appena tagliate”.
E che dire dei “chiodi”? Più di un cliente accumulava piccoli debiti con la promessa di un saldo che non sempre è ha avuto buon esito. “Un quadernetto nero conteneva la lista degli inadempienti, ma non eravamo mai in pari: quello li prometteva, quell’altro spariva dalla circolazione, un altro ancora doveva pagare il mutuo… era più l’ammattimento a star dietro a chi ci doveva dei soldi del guadagno. Alla fine, estrema ratio, decidemmo di azzerare la situazione: il libro nero finì nella spazzatura e non concedemmo mai più credito a chicchessia”.
Ai tempi in cui il Mercato Centrale era al massimo dello splendore, il sabato era il giorno della settimana di maggior impegno, per i commercianti, cosicché il venerdì veniva osservato orario continuato proprio per preparare la merce in previsione del pienone del giorno successivo. All’ora di pranzo, immense tavolate accoglievano tutti i protagonisti della giornata ed ognuno contribuiva per quello che era di sua pertinenza: chi metteva la carne e chi il pesce, qualcuno pensava alla pasta ed altri al sugo o al formaggio e la frutta ed il pranzo di venerdì finiva per assumere i connotati di una ribotta vera e propria con tanto di sfottò e baldoria come si trattasse di una festa. “I più ingordi si sfidavano a chi mangiava di più adducendo stomaci dalle capacità infinite. Abbiamo visto qualcuno che si è spolverato un intero chilo di pasta, per una sfida del genere” – racconta Piera con un pizzico di malinconia per quei momenti di svago ancorché alternati a faticosi ed impegnativi tour de force: “quando i film erano in bianco e nero ed i sogni erano a colori”, come si è sentito dire da qualcuno.
Una decina d’anni fa i coniugi Chiapponi hanno pensato bene di godersi la conseguita pensione decretando, di fatto, la cessazione dell’attività della Macelleria Piram: “Ora, al posto della macelleria c’è una polleria”. – Conclude Piera – “Abbiamo lasciato a malincuore, per certi versi, e solo la prospettiva della tranquillità ed il meritato riposo, dopo cinquant’anni di onorato lavoro e molti sacrifici, ci ha fatto compiere il passo definitivo”.

Ermanno Volterrani, 12.04.2008


venerdì 4 ottobre 2013

La funicolare di Montenero

Compie cento anni la tramvia elettrica che porta i pellegrini al Santuario della Madonna simbolo della città
L'antico fascino della funicolare
Oggi, automatizzata e ammodernata tecnologicamente, sfrutta totalmente l'energia del sole

Un euro di biglietto, acquistato presso il tabaccaio di Piazza delle Carrozze, viene solo in parte inghiottito dall’obliteratrice che, in cambio di un timbro, sblocca automaticamente un tornello in acciaio inossidabile e, quindi l’accesso all’area d’imbarco della funicolare, dove la vetturetta aspetta impaziente di trasportare gli ospiti per i 656 metri del percorso, lungo un paio di lievi curve. Il fresco dei pini, che qua e là ombreggiano la zona, accompagna la salita verso il Santuario della Madonna delle Grazie, e viene saltuariamente rimpiazzato dai giardini delle abitazioni e delle ville che fiancheggiano l’unico binario. A un po’ meno di metà del tragitto, il binario si sdoppia consentendo l’agevole scambio delle due carrozze, quella che scende e quella che sale. Giunti a destinazione, dopo appena quattro minuti di viaggio, attraversata l’uscita, si accede alla ben nota piazza oltre cui già si notano le logge del Santuario, meta del pellegrinaggio dei devoti di tutto il mondo.
L’impressione è quella di aver appena fatto parte del cast di un film ambientato agli inizi del secolo scorso. Fin dal 1906, infatti, la Società Livornese Trazione Elettrica iniziò ad escogitare un sistema di trasporto che consentisse di soddisfare le esigenze del crescente numero di pellegrini di raggiungere celermente il Santuario della Madonna delle Grazie, universalmente nota come Madonna di Montenero, posto a 193 metri sul livello del mare. Il progetto vero è proprio della tramvia funicolare, realizzato dalla Ceretti & Tanfani, si concretizzò nel giugno del 1907 ed i lavori si completarono l’anno successivo per culminare, il 19 agosto, con l’inaugurazione della Funicolare di Montenero, integrata perfettamente con la linea tranviaria per i collegamenti con il centro città. La cerimonia d’inaugurazione della tratta, in pompa magna, avvenne alla presenza dell’allora Sindaco Malenchini, del Prefetto, del Prof. Vigo, del poeta Giovanni Marradi e fu, però, disertata dal Vescovo Sabatino Giani e dall’Abate dei Vallombrosiani don Arsenio Viscardi, evidentemente maldisposti al progresso.
All’epoca si trattava del primo impianto ad azionamento elettrico in Italia ed entrò di diritto a far parte delle attrazioni locali richiamando sul posto numerosi turisti, devoti e non. Le due vetture conformate “a scalone”, dalla carrozzeria in legno, assemblata su una robusta struttura a tralicci in acciaio, erano suddivise in tre scompartimenti con otto sedili ciascuno per un totale di 24 passeggeri seduti, a cui si aggiungevano una decina di persone che trovavano posto, in piedi, sulle piattaforme di servizio aperte: si raggiungeva così una capienza massima di 34 viaggiatori per vettura per ogni senso di marcia. Un potente motore elettrico Thomson-Houston consentiva alla coppia di vagoni di superare un dislivello di 110 metri e pendenze massime fino al 18,4% (la pendenza media supera di poco il 17%). Il binario unico, ad andamento curvilineo, si sdoppiava per una ventina di metri (…e, come detto, si sdoppia tuttora) a metà del percorso onde consentire alle carrozze di scambiarsi agevolmente. Il trillo di campanelli elettrici costituiva l’unico e solo mezzo di comunicazioni tra la stazione a valle e quella a monte mentre, durante il viaggio, le vetture erano assolutamente prive di qualsiasi tipo di comunicazione. Nel percorso originale esisteva una stazione intermedia che, con gli anni, era andata in disuso per essere definitivamente ripristinata in tempi più recenti.
Sul finire degli anni trenta, il collegamento tranviario tra il centro cittadino e la stazione inferiore della funicolare, in Piazza delle Carrozze, fu sostituito da un servizio di filobus che hanno fornito il loro onorevole servizio fino al 1973, anno in cui sono stati definitivamente smessi. Per i più grandicelli sarà facile ricordare come, fino a dieci anni prima, allorché fu inaugurata la strada panoramica, la Funicolare costituiva l’unico mezzo per raggiungere il Santuario della Madonna delle Grazie. Nel frattempo, nel 1972, il Comune di Livorno si accollò la gestione dell’impianto che, in tempi successivi, fu affidata all’A.C.I.T. (Azienda Consorziale Interprovinciale Trasporti) ed infine all’A.T.L. (Azienda Trasporti Livornese). Poco prima degli anni ottanta, si pensò bene di sostituire le vetuste carrozze in legno con altre più moderne e funzionali in ferro, in grado di ospitare 50 passeggeri, costruite dalla ditta Agudio. Per il primo ammodernamento dell’impianto vero e proprio, comunque, bisogna attendere un’altra decina d’anni allorché la gestione fu totalmente automatizzata; scomparvero i controllori di bordo ed il complesso fu reso governabile da un unico punto di controllo, situato nella stazione a monte, equipaggiato con dodici monitors in grado di ricevere informazioni da altrettante telecamere fisse disseminate lungo il tragitto e nella stazione a valle. Il tornello della stazione a valle divenne in grado di contare i passeggeri e bloccarsi autonomamente una volta raggiunta la capienza massima del vagone; in caso di un passeggero in carrozzella, il numero massimo di accessi veniva decrementato di 5 unità. Anche il tornello tra la sala d’attesa e la piattaforma d’accesso alla vettura fu reso completamente automatico e totalmente sotto controllo visivo dell’operatore a monte attraverso una telecamera. La fermata intermedia è tuttora a richiesta tuttavia può essere effettuata, sia in discesa che in salita, esclusivamente dalla vettura numero due.
Ma è poco prima dell’inizio del secondo millennio che si registra la più importante e, finora, definitiva miglioria operata per iniziativa dell’attuale gestore (l’Azienda Trasporti Livornese): l’installazione di celle fotovoltaiche in grado di sfruttare l’energia solare. I 348 pannelli, attualmente posizionati sul tetto della struttura del parcheggio, a poche centinaia di metri dalla stazione superiore, garantiscono il perfetto e regolare funzionamento della funicolare e, al tempo stesso, consentono l’immissione di una certa quota di energia in eccesso nella rete ENEL, nel rispetto delle più rigorose norme di disciplina e rispetto ambientale. Pur lasciando inalterato l’antico fascino dello stravagante e piacevole mezzo di trasporto, l’impianto è in grado di sviluppare energia elettrica tra i 40 ed i 50 megawatt annui e, quello che più conta, garantisce “emissioni zero”. La batteria di accumulatori è in grado di sopportare autonomamente, quindi senza altro apporto di energia dalla rete, fino a 17 viaggi anche a pieno carico e solamente in salita. In realtà, in caso di assenza di fornitura da parte della rete ENEL, gli accumulatori sono tarati in modo da ridurre le prestazioni in relazione alle loro condizioni di carica; inoltre la gestione completamente automatica del flusso di potenza da e per la rete, consente di recuperare, e quindi immagazzinare nella batteria, parte dell’energia rigenerata dalla vettura che si muove da monte verso valle. Si tratta di un sistema davvero all’avanguardia e, oltretutto, tra i pochissimi, in Italia, a funzionamento e gestione totalmente automatizzata.
Come dire? Fascino e tecnologia a braccetto lungo la Funicolare di Montenero.

Ermanno Volterrani, 04.04.2008

CARATTERISTICHE GENERALI
Lunghezza percorso:
636 m
Dislivello:
109,58 m
Pendenza media:
17,23%
Pendenza massima:
18,60%
Quota stazione a valle:
74,28 m s.l.m.
Quota stazione a monte:
183,86 m s.l.m.
Stazione motrice:
 a monte
Treni di linea:
2
Capacità di ogni treno:
50+1
Tempo minimo di corsa:
190 secondi
Tempo minimo di un ciclo:
310 secondi
Potenzialità massima:
580 persone/ora per ramo
Velocità massima:
4 metri/secondo
Velocità con recupero:
2 metri/secondo
Potenza motore elettrico principale:
48 KW
Potenza motore diesel argano di recupero:
45 KW
Diametro fune traente:
2 mm


domenica 10 marzo 2013

Mario der riovero

Marino Scarfi, Mario der ri’overo, il piccolo grande uomo che recitò con la Gardner
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“Hai mai sentito parlare di Mario der ri’overo?” Una domanda del genere posta ad un livornese che non abbia ancora compiuto i trent’anni riceverebbe, come risposta, un’alzata di spalle che la dice tutta su quanto poco sia rimasto della figura del piccolo grande uomo, capace di calamitare su di se l’affetto di una città intera. L’incedere altalenante, tipico della prpria condizione di acondroplasico, lo rendeva inconfondibile e chiunque, incontrandolo, si soffermava per scambiare con lui anche solo una battuta.
Mario der ri’overo, al secolo e all’anagrafe Marino Scarfi, è una delle figure più caratteristiche della recente storia popolare livornese, amato e benvoluto come pochi altri grazie alla propria benevolenza, generosità ed arguzia fuori dal comune. “Grazie allo zio Mario, già all’età di appena quattro anni, ho assistito alla prima partita di calcio a Villa Cayes. Nonostante avesse un’infinità di amici che reclamavano la sua presenza, ogni domenica lo zio era ospite a casa nostra e, quando il Livorno giocava in casa, dopo pranzo mi portava alla partita, i primi tempi a Villa Cayes, appunto, e poi allo stadio. Mentre salivamo i gradini degli spalti, in molti tiravano lo zio per la giacca a destra e a manca affinché si sedesse accanto a loro: c’era la ressa per amario0001.jpgccaparrarsi la sua compagnia”. Inizia così il resoconto di Ennio Scarfi, nipote di Marino… Mario per discendenza diretta, riconoscente per l’importanza che lo zio ha avuto nella formazione della propria identità sportiva. “Lo zio Mario era un’amante dello sport vero e leale, quello di una volta, ed è riuscito a coinvolgermi al punto che le ultime vicissitudini a livello calcistico, come la cupola di calciopoli o gli avvenimenti luttuosi degli ultimi tempi, me ne hanno fatto allontanare. Non c’era bisogno di bastoni, coltelli e petardi, quando andavamo allo stadio noi; il massimo che poteva capitare era un occhio nero per una scazzottata tra tifosi di compagini avversarie, magari tra pisani e livornesi, dopodichè si finiva tutti dal Civili a riconciliarsi di fronte ad un ponce caldo”. Nella palestra di Via del Leone, prima, ed a San Marco, poi, Mario era di casa e gli atleti della Pugilistica Livornese (Bertola, Ceccarini ed altri, nell’arco degli anni) gli portavano il massimo rispetto considerandolo uno di loro, a dispetto della statura e del fisico tutt’altro che prestante. “Quando si trattava di assistere ad una manifestazione sportiva, lo zio era sempre ospite di qualcuno dell’organizzazione e non gli ho visto mai pagare il biglietto d’ingresso e neanche io ho mai tirato fuori un centesimo, quando ero con lui. Perfino in occasione di trasferte, anche lontane, ricordo di una volta a Palermo, la sua compagnia era tra le più ricercate e, quando con un amico, quando con un altro, aveva sempre il posto assicurato. Un po’ per la bassa statura, un po’ per l’arguzia e la simpatia che contraddistingueva il suo modo di proporsi al prossimo, lo zio era considerato un po’ come una mascotte”.
Mario aveva la propria residenza all’istituto Giovanni Pascoli di Via Galilei (ovviamente prima che fosse trasferito in Via Mondolfi), a cui fu affidato fin dalla giovanissima età in quanto orfano d’entrambi i genitori. “Il padre, siciliano, era sottufficiale della Marina Militare” continua Ennio “e, dopo un periodo trascorso a Cagliari, giusto il tempo di conoscere colei che è divenuta la propria moglie e di avere un figlio, mio padre (per inciso, mio padre amava a tal punto Livorno fino quasi a rinnegare le proprie origini isolane), fu trasferito alla Capitaneria di Porto di Livorno e qui, il 10 agosto del 1901, vide la luce Marino. Allora, abitavano dalle parti di Via San Francesco e, a quanto si tramanda, a mia nonna capitava spesso di transitare di fronte alla bottega di un calzolaio di Via del Mulino, a sua volta nano, da cui sarebbe rimasta impressionata al punto da influenzare e addirittura determinare le fattezze e la statura del figlio che portava in grembo”. Ennio ride nel raccontare l’episodio.
Col passare degli anni, Mario si deve essere ambientato alla casa di riposo di Via Galilei al punto da rimanervi per tutta la propria vita. “Prima della guerra, mio padre, suo fratello, avrebbe voluto vederlo sistemato in maniera più vicina ad un a condizione considerata ‘normale’ ed aveva, addirittura, pensato di aiutarlo nel rilevare un’edicola di giornali tuttavia lui ha sempre rifiutato, forte della situazione di privilegio di cui godeva tra i residenti dell’istituto Giovanni Pascoli. Il dottor Acquaviva, il direttore dell’istituto dell’ultimo periodo trascorsovi dallo zio Mario, gli voleva un gran bene e gli assegnava incarichi e commissioni su misura per lui. Benché non fosse un vero e proprio impiegato e non percepisse alcuno stipendio, lo zio aveva il proprio ufficio in cui espletava le proprie funzioni in relazione alle disposizioni del direttore. Inoltre, gli anziani domiciliati presso il ricovero, specialmente coloro che si muovevano con difficoltà a causa dei malanni dell’età avanzata, si avvalevano della sua collaborazione per riscuotere la mensilità della pensione, in cambio di un po’ di mancia che Mario, spessissimo, tramutava in ricevute del botteghino del Lotto. Era l’unico suo vizietto:” sorride Ennio “nonostante i familiari cercassero in mille modi di dissuaderlo, giocava forte al Lotto, al limite dell’accanimento ma, per sua fortuna, vinceva piuttosto spesso ed arrivava a casa soddisfatto sventagliando i proventi della vincita di un ambo o di un terno. Quando si rimproverava, in modo benevolo, perché non ha mai chiesto soldi a nessuno, mostrava 10 ricevute, quando magari, in realtà, aveva effettuato almeno una quindicina di giocate. I più piccoli, come lo ero io all’epoca, erano i beneficiari delle sue vincite al gioco in quanto spesso arrivava con un apprezzato regalino”.
Oltre allo sport, Marino… Mario amava la fotografia ed Ennio, affrontando l’argomento, si alza dalla sedia e si reca verso i ripiani del mobile del salotto da cui preleva una vecchia macchina fotografica Kodak, con obiettivo a soffietto, che ci mostra con orgoglio: “Questo è l’ultimo regalo, o sarebbe più corretto definire ‘l’eredità’ che mi ha lasciato mio zio. Da lui ho appreso i segreti della fotografia, di cui era davvero appassionato cultore. Non aveva soggetti preferiti: i suoi interessi svariavano dai panorami mozzafiato della piazza del Santuario di Montenero ai ritratti femminili, dai tramonti sulla Terrazza Mascagni alle manifestazioni sportive. Chi scattava fotografie, una settantina d’anni orsono, non aveva l’ausilio di esposimetri, teleobiettivi, grandangolari e correttori d’esposizione, la buona riuscita di un’istantanea dipendeva dal polso fermo e dall’occhio che traguardava attraverso il mirino della macchina fotografica… e devo dire che lo zio era davvero molto capace. Purtroppo delle sue foto non è rimasto praticamente nulla, cannibalizzato a destra e a manca da parenti amici e conoscenti”. Ennio racconta di essere stato costretto ad abbandonare Livorno e l’Italia per un lungo periodo, a causa di gravi problemi di salute, e teme che proprio, in quel periodo, parte della propria collezione fotografica si sia dispersa nel corso degli inevitabili traslochi dovuti ai ripetuti cambi di residenza. “Facevamo spesso fotografie ad una bella ragazzina, di pochi anni più grande di me tuttavia ben più donna di quanto non fossi uomo io, che abitava nella zona dei fossi. Ricordo di una volta, al moletto d’Ardenza in cui, non sapendo ancora nuotare, mi mostrai timoroso nell’entrare in acqua. Quella ragazzina mi tolse da ogni impiccio e, con uno spintone, mi scaraventò di sotto, costringendomi ad imparare. Come si dice da noi: o bere o affogare! Anche lo zio era un discreto nuotatore nonostante le dimensioni degli arti, soprattutto delle gambe, non lo agevolassero”.
Forte della propria condizione di scapolo, benché la condizione fisica lasciasse a desiderare e non avesse mai neanche preso la patente, lo zio Mario era sempre pieno di donne. Probabilmente si faceva apprezzare per la discreta cultura e l’intelligenza che dimostrava nelle proprie conversazioni, nonostante potesse contare esclusivamente sulla licenza di quinta elementare, un lusso se paragonata al grado d’istruzione medio della gente dell’epoca. Leggeva tantissimo e non aveva preferenze spaziando da libri a giornali, in prevalenza sportivi, ma non solo. Per quanto riguarda i rapporti con le donne, comunque, si diceva in giro che, laddove la natura era stata ben poco generosa nel conferirgli un aspetto estetico tutt’altro che attraente, la stessa natura avrebbe abbondantemente rimediato nella fornitura di attributi meno appariscenti tuttavia notevolmente apprezzati da una certa categoria di rappresentanti del sesso femminile. Magari è proprio questo il motivo per cui non si è mai preoccupato d’impegnarsi in una duratura relazione sentimentale.
Ennio butta sul tavolo un episodio dell’immediato dopo guerra: “Al Gimnasium, lo zio partecipò ad uno spettacolo di Sergio Galli, uno dei tanti allestiti dal comico livornese a cui ha partecipato, il cui titolo mi sfugge, in cui interpretava un improponibile neonato. Ho ancora fissa negli occhi l’immagine dello zio all’interno di una carrozzina, agghindato in tutto e per tutto come un bebé, con tanto di cuffietta orlata di trine in testa ed il ciuccio in bocca. Ricordo di aver visto spesso in giro per casa una fotografia che lo ritraeva in quelle condizioni, purtroppo l’ho cercata a lungo ed in ogni dove, ma non sono stato capace di trovarla”. Una conferma delle qualità artistiche del nostro beniamino è facilmente rintracciabile su internet: Mario del ricovero, pur da comparsa, interpretò il ruolo di Bonito nel famoso film “La Maja Desnuda” del 1958, diretto da Henry Koster e fregiato del David di Donatello d’oro dell’anno successivo per la miglior produzione. In quell’occasione, Mario ha condiviso il set con attori del calibro di Ava Gardner (nel ruolo della Duchessa d’Alba), Antony Franciosa (Francisco Goya), Amedeo Nazzari, Gino Cervi e Lea Padovani… e scusate se è poco. “Si, si!” conferma Ennio “Lo zio ha partecipato a diversi film, sempre interpretando parti di secondo piano, soprattutto con Erminio Macario, al tempo degli stabilimenti cinematografici della Pisorno. Per colpa della mia memoria a corrente alternata, ricordo solo un titolo: ‘Il pirata sono io’, un film comico del 1940 interpretato dallo stesso Macario e da Tino Scotti… ma più di qui non si va! Le esperienze sul set gli hanno consentito di conoscere, tra gli altri, Primo Carnera il gigante buono di Sequals, mito degli anni ’30 e la fotografia di Luciano Ciriello che ritrae la loro stretta di mano è appesa in molti angoli della nostra città”.
Il 29 luglio del 1973, dunque proprio alle soglie dei 72 anni, al termine di un breve periodo d’infermità, tipico di certe tare ereditarie, Mario ha preso la via del mondo dei più e purtroppo, ad oggi, non c’è più traccia neanche della sua tomba: “Alla scadenza dei venticinque anni dalla sua scomparsa, i resti dello zio Mario sono stati rimossi, in accordo con la regolamentazione vigente. Era il periodo in cui io mi trovavo negli Stati Uniti a cercare una soluzione ai già citati gravi problemi di salute e mi sono molto rammaricato scoprendo, al mio rientro in città, che la tomba era stata smantellata e rimpiazzata: ne fossi stato informato avrei senz’altro provveduto a riscattarla per mantenere vivo il ricordo di un uomo che la popolazione di Livorno ha sempre dimostrato di amare davvero”.
Un altro tassello della tradizione popolare labronica che rischia di essere travolto e, ahimé, disgregato dell’incedere degli eventi.
Ermanno Volterrani, 01.03.2008

domenica 28 ottobre 2012

La Fonte Vecchia di Antignano

Gli antignanesi utilizzavano il ponte come rifugio contro le bombe
La Fonte Vecchia dissetava gli antignanesi durante la guerra
I ragazzini sbirciavano sotto le gonne delle massaie chine a lavare i panni

Molti livornesi magari non ne conoscono neanche l’esistenza tuttavia la Fonte Vecchia ha rappresentato un punto fermo per Antignano e gli antignanesi, soprattutto i residenti nella zona “vecchia” del paese, che si sviluppa attorno alla Piazza Bartolommei ed al vecchio Castello, già Albergo Cremoni.
Imboccando la Via del Ciliegio e procedendo verso nord, ci si lascia a destra la Via del Poggetto per impegnare un declivio piuttosto ripido al termine del quale s’intravede la vegetazione tipica dei numerosi botri e rii che solcano la nostra terra. Il Botro delle Carrozze, anticamente Botro della Fonte Vecchia, per l'appunto, è un rigagnolo d’acqua corrente che sbuca dal ponte che già nel lontano 1799 fu realizzato per consentire la percorrenza della Via del Littorale senza essere costretti ad un fastidioso guado del piccolo corso d’acqua. Al termine della discesa, rivolgendosi verso destra, si distingue nettamente la struttura degli antichi lavatoi pubblici della Fonte Vecchia, gestiti dall’Amministrazione Comunale fin dai tempi antichi.
Percorsi pochi passi, un cartello bianco e rosso su una minuscola transenna, larga un metro a malapena, reca l’intestazione dell’Ufficio Traffico del Comune di Livorno ed avvisa semplicemente di una situazione di pericolo, senza tuttavia negare o sconsigliare l’accesso alla pericolante struttura. Bassi cespugli d’erbacce riducono il passaggio ad un viottolo che costeggia il minuscolo corso d’acqua il cui pacato gorgogliare contrasta con l’evidente situazione di degrado che regna all’intorno. Sulla destra del viottolo, a ridosso dell’alto muro in cemento, pochi laterizi, tegole di tipo romano, testimoniano l’intenzione, ahimé remota, viste le condizioni di totale abbandono del materiale, di un possibile restauro. La tettoia versa in pessime condizioni cosicché le travi di sostegno, in legno massiccio, paiono sopportare a malapena il peso delle strutture sovrastanti, nonostante poggino su colonne portanti di recente, anche se non recentissima, ristrutturazione: il rischio di prendere una tegola tra capo e collo è palese e testimoniato dal fatto che non c’è traccia della prima sezione della tettoia, evidentemente crollata da tempo ed opportunamente rimossa (magari le tegole accantonate sono residui dello spiovente crollato!). La vista del botro, attraverso le uniche due aperture, è completamente ostacolata dalla vegetazione di canne e da pannelli di compensato mezzi marci dalla provenienza ignota. Sul fondo e sui bordi delle due ampie vasche dei lavatoi, colme d’acqua limpida, il muschio verde la fa da padrone ed altra vegetazione si è insediata su parte dei bordi. La netta sensazione di malinconia che assale nel percorrere il breve tragitto sotto la pensilina, prestando attenzione ad evitare fangose quanto scivolose pozzanghere, è solo parzialmente alleviata dallo scroscio dell’unico tubo che spunta di fianco, da cui un copioso getto continuo di acqua chiara e freschissima induce a bere a pieni sorsi. Dal muro dirimpetto, interamente occupato da larghe chiazze d’umidità, un fiotto d’acqua filtra attraverso una crepa. Ritornando sui propri passi, si ode un nuovo gorgogliare: lo scarico delle pile, nascosto da un cespuglio d’erbacce.
E pensare che fino a meno di quarant’anni fa, le attività alla Fonte Vecchia erano ancora, se non proprio frenetiche, per lo meno vitali. Le massaie si recavano per lavare i panni nell’acqua costantemente rinnovata nella coppia di grandi vasche, magari in compagnia di figli o nipotini, e c’è da giurarci che l’occasione rappresentasse un importante momento di aggregazione per la piccola comunità paesana. Sembra tuttora di udire l’eco di qualche canzone storpiata a squarcia gola da qualche ilare comare intenta a battere un lenzuolo sullo scivolo del lavatoio.
Scorrendo ancora un po’ indietro nel tempo, ragazzini ormai più che sessantenni, ricordano d’essersi rimpiattati tra la vegetazione spontanea del Botro della Fonte Vecchia per sbirciare, indisturbati, verso l’argine o verso le pile dove le massaie, lavandaie per l’occasione, si chinavano in avanti esponendo i propri generosi fondo-schiena allo sguardo avido d’adolescenti dagli ormoni irrequieti.
Furio, il figlio di Lina, l’ultima custode del sito, che aveva ereditato il ruolo dalla madre, racconta di quando, scendendo con la nonna, trovava famigliole di zingari che lavavano nidiate di figlioli nelle pile della Fonte Vecchia. Perfino in inverno, le mamme tuffavano quei ragazzini completamente nudi nelle pile colme d’acqua gelida in barba ad ogni precauzione contro raffreddore, tosse ed altri malanni di stagione.
I più anziani ritornano ai tempi della seconda guerra mondiale allorché l’arcata dell’ampio ponte sul botro, quello della Via del Littorale, era utilizzata quale ricovero, o più propriamente come rifugio, durante i numerosi bombardamenti che hanno falcidiato la nostra città ed i suoi dintorni. Si rammenta una coppia d’anziani, soli e senza figli, che si univano alla comunità nell’occasionale rifugio, recando con se una minuscola borsa, forse un piccolo tascapane, nel quale doveva aver prudentemente riposto tutti i propri averi, ben pochi viste le modeste dimensioni del contenitore, intenzionata a salvarli nell’eventualità in cui la gragnola di bombe avesse colpito la propria abitazione.
E che dire del ruolo importantissimo, per non dire fondamentale, che la Fonte Vecchia ha avuto nell’approvvigionamento idrico del paese, spesso a secco durante le fasi più ostiche del conflitto? Laddove gli abitanti di Antignano Nuovo si recavano alla fontina sul mare (quella che attualmente si trova in fondo a Via della Salute, ormai non più nella posizione originaria), quelli di Antignano Vecchio, armati di brocche di rame, secchi, catinelle e qualunque recipiente potesse contenere acqua, facevano la fila al cospetto di quell’unico disponibile tubo erogatore del primario elemento.
            Lina manteneva la zona pulita e perfettamente agibile, è andata in pensione, mai rimpiazzata, un bel po’ d’anni fa e, recentemente, ci ha lasciato; magari da dove si trova adesso, avrebbe un motivo per sorridere, se a qualcuno dell’Amministrazione Comunale venisse in mente di ripristinare e rivalutare la Fonte Vecchia prima che sia definitivamente inghiottita dalla vegetazione che rapidamente si diffonde sugli argini dell’omonimo botro.
A quando la cerimonia d’inaugurazione?

Ermanno Volterrani, 24.02.2008


domenica 1 luglio 2012

La Sezione Nautica Canottieri di Antignano

"Per difendere la sede fummo costretti a ricorrere all’arma del ricatto palesando l’idea di non partecipare al Palio "
Quelli della Sezione nautica
Un tempo la collocazione del Circolo canottieri di Antignano era un'altra. La storia raccontata dai protagonisti

La Sezione Nautica Canottieri Antignano si trova al porticciolo dell’omonimo rione, vicino all’ingresso sulla sinistra ed occupa una confortevole costruzione prefabbricata a disposizione di soci ed ospiti… ma non è sempre stato così!
“La Sezione Nautica Canottieri Antignano esiste già dal 1932. Io ho iniziato ad occuparmene solo nel 1983, al tempo in cui offrivo collaborazione, in qualità di vogatore, nella preparazione del Palio Marinaro – così esordisce Stefano Galoppini (ma chi lo conosce?), per i più noto col soprannome di Leone (aah, Leone!) – Prima di quella data, alla fine degli allenamenti tiravamo il gozzo in secca proprio qui, dove ci troviamo ora, davanti allo scalo e completamente all’aperto; privi di uno spogliatoio, i vogatori (me compreso) erano costretti a recarsi alle rispettive abitazioni, per cambiarsi e fare una doccia. Al termine di una movimentata riunione con i dirigenti dell’epoca, tenutasi nei locali del circolo ARCI, durante la quale ci furono scambi di vedute che definire vivaci è un puro eufemismo, ci fu concessa l’autorizzazione ad organizzarci sulla terrazza qui di sopra. Mauro Volpi, Maurizio Bondani, Ivano Gelli ed io cominciammo i lavori di pulizia e, grazie all’intervento di Mauro Angeli ed Oreste Volpi, acquistammo a poco prezzo dalla Compagnia Portuali, un container che sarebbe divenuto spogliatoio ed ufficio dell’erigenda sede della Sezione Nautica”.
Il racconto di Leone è supportato da interventi degli altri soci che descrivono, ognuno, il proprio contributo nel restauro in questione. Fu così che, nel 1983, la Sezione Nautica ebbe la sua sede. Contagiata dall’entusiasmo dei quattro moschettieri, gran parte della popolazione prese a cuore la bonifica dell’area e, specialmente i pensionati, misero a disposizione del circolo il loro tempo libero ed il loro mestiere: ex muratori, falegnami, fabbri e tutti gli altri artigiani smessi contribuirono al definitivo restauro dell’area. Poco prima dell’estate del 1983 la desolata piazzola, dalla cui spalletta si dominava tutto il moletto, aveva assunto i connotati di un bel circolo ricreativo in cui i paesani trascorrevano pomeriggi e serate al fresco ed in compagnia. Il già rammentato contenitore fungeva da spogliatoio per i vogatori, piccolo ufficio e, all’occorrenza, spaccio di bibite e gelati per la gioia dei bambini. Un canniccio come tetto della terrazza principale, consentiva di giocare a carte, dama o scacchi al fresco, di giorno, e al riparo dalla guazza, la sera. Una pista per le bocce era teatro di accesi incontri che rallegravano le serate e non mancavano il biliardino ed il ping-pong per i più giovani, e non solo; i soci ricordano con un po’ di rimpianto, anche serate danzanti organizzate saltuariamente per lo più di sabato sera. Insomma durante l’estate del 1983 e quelle successive, gli antignanesi avevano dove passare il tempo grazie alla costruzione della sede della Sezione Nautica. “Siamo stati anche vittima di un mini-attentato. – Interviene Piero, il tesoriere, sorridendo. – Una mattina trovammo bruciata parte delle canne che circondavano il container/ufficio e, nelle vicinanze, una tanica vuota il cui interno odorava di benzina. Non abbiamo mai saputo che cosa fosse accaduto: magari il successo della nostra specie di circolo ricreativo dava fastidio a qualcuno”.
Purtroppo, la caducità delle cose piacevoli è universalmente nota e, nel 1995, il Circolo Velico acquistò l’area occupata dalla Sezione Nautica che fu costretta a sgombrare. “In accordo con il Comune e la Circoscrizione, il container (adesso definitivamente rimpiazzato dal prefabbricato) fu trasferito uno scalino più sotto dove però, viste l’esiguità degli spazi e la vicinanza al molo vero e proprio, non fu possibile riorganizzarci al pari di come facemmo nella precedente sede. – Spiega Piero. – A dire il vero, non fu facile raggiungere l’accordo: per ottenere il permesso di occupare questa zona, fummo costretti a ricorrere all’antipatica, tuttavia efficace, arma del ricatto palesando l’idea di non partecipare al Palio, nel caso in cui non ci fosse assegnata una sede”.
Inevitabilmente, la chiacchierata scivola verso il Palio Marinaro. “Partecipiamo alle competizioni dei gozzi a quattro remi. – Continua Leone, per anni protagonista dell’organizzazione, da vogatore, allenatore o dirigente. – La nostra cantina era sotto Piazza Cavour, lato mare, prima di essere trasferita sotto al Ponte Novo, accanto a quella del Palio Marinaro, per l’appunto. Io ho gestito il gozzo dal 1988 al 1995 e, da allenatore, ho perso il dieci-remi nel 1989. Fu colpa mia! Feci gareggiare un ragazzo che, pur diligentissimo e sempre presente agli allenamenti, offriva prestazioni inferiori, rispetto ad altri. Fu una scelta dettata dal cuore, piuttosto che dalle esigenze tecniche, tuttavia fu fatale al nostro gozzo: ci classificammo ultimi al Palio Marinaro. A conferma della mia responsabilità, la settimana successiva, alla Barontini, operai il cambio e ci classificammo sesti… troppo tardi!”. L’espressione più alta della partecipazione del gozzo dell’Antignano alle manifestazioni remiere cittadine si è concretizzata nel 1954 allorché, in agosto, vinse la tribolata edizione del Palio Marinaro, rimandata più volte a causa delle avverse condizioni meteo-marine. Raccattati gli scarti dei rioni cosiddetti ricchi (Borgo, Venezia, Pontino, Benci-Centro etc.) il gozzo dell’Antignano si presentò per primo al cospetto dell’Acquario Comunale. “Caricammo il gozzo su un pianale e facemmo il giro della città – ricorda Piero – con un nugolo di biciclette a seguito che, con noi, festeggiavano l’avvenimento”.
A proposito della Coppa Barontini, Leone racconta un aneddoto relativo alla gara a dieci remi del 1986, in notturna: “Una settimana prima della gara un infortunio ci privò del timoniere. In extremis, Mauro Angeli si sobbarcò l’onere di partecipare, nonostante non conoscesse il percorso in notturna. La sera precedente la gara, con la vespa, accompagnai Mauro per un giro sugli scali e gli mostrai il percorso, unico riferimento possibile, vista l’esiguità del tempo a disposizione. L’impegno di tutto l’armo fu tale che giungemmo terzi al traguardo, dietro Venezia ed Ovo Sodo”. Con rimpianto per il mutamento delle condizioni e del tifo, Leone rammenta di qualche scazzottata per screzi avvenuti durante il percorso, l’ultima per uno scontro di gozzette alla Luminella (testata sud del Molo Novo) all’uscita della quale l’Antignano si trovò con due remi rotti su quattro, “ma tutto finiva lì! – ci tiene a precisare – dopo il Palio ci trovavamo tutti a festeggiare insieme davanti a un ber ponce!”.
La Sezione Nautica è un’organizzazione totalmente no-profit e consta di 230 soci, tra coloro che usufruiscono del posto barca, quelli che con canoa ed i semplici frequentatori: ognuno di loro contribuisce con una quota sociale adeguata alle prestazioni richieste e quasi tutto il ricavato viene impiegato per partecipare alle manifestazioni remiere cittadine. Spiega Piero: “Per un’annata intera, tra l’affitto della cantina, completamente attrezzata a palestra, luce, acqua, gas, equipaggiamento per l’armo e qualche cena a vogatori e soci, si rasentano i 10.000 € di spese. Ultimamente siamo riusciti a risparmiare abbastanza da concederci il lusso di questa nuova sede”.
Attualmente il presidente della Sezione Nautica Canottieri Antignano è Bruno Mengheri, l’amministratore è Paolo Sposini, coadiuvato dal tesoriere Piero Netto, mentre Romano Tarantini e Simone Gabiccini si occupano dei posti barca ed Emiliano Bertolini e Lorenzo de Felice gestiscono le rastrelliere dove sono riposte le canoe. Leone, al secolo Stefano Galoppini, è un po’ il factotum sobbarcandosi i lavori di mantenimento, manutenzione e pulizia dell’area per la soddisfazione di tutti coloro che vogliono trascorrere un paio d’ore in riva al mare all’insegna di pace e serenità.

Ermanno Volterrani, 29.03.2008


domenica 13 maggio 2012

la favola di Ercole Labrone

La favola di Ercole Labrone

C’era una volta… Beh! Quante favole iniziano così? E perché non principiare con la medesima formula anche la favola della nostra bella città? Da capo!
C’era una volta una famiglia che si trovava a veleggiare sulla propria barca per il Mar Tirreno, proveniente da sud, alla ricerca di terra da riattare. Il vento e le onde portarono padre, madre ed il giovane figlio ad un luogo che appariva inospitale per le paludi, gli acquitrini e la desolazione che regnavano vicino alla costa; un’esplorazione più attenta delle colline e dei terreni dislocati più all’interno, tuttavia, rivelò un clima decisamente mite, la terra era giusta e prometteva di poter dare buoni frutti. Decisero allora di piantare olivi ed oleandri che curarono amorevolmente sennonché, avvicinandosi il tempo della maturazione, i tre furono costretti a far ritorno ai propri lidi abbandonando quella terra che cominciavano ad amare ma che disperavano di poter rivedere in futuro.
Al ritorno, godevano il clima mite della loro bella terra, ricca di fiori, piante e frutti, tuttavia spesso i ricordi andavano al lido selvaggio e specialmente il figlio, di nome Ercole, soprannominato Labrone per le labbra voluminose, spesso si chiedeva se gli alberelli piantati con tanto amore avessero attecchito e fossero cresciuti. Con nostalgia, Ercole si ricordava di mattine fresche e limpide, dell’azzurro del mare e del verde dei boschi, di tramonti infuocati e di notti tranquille e spesso veniva sopraffatto dalla commozione. Col passare degli anni, Ercole si fece un omone grande e grosso, forte e robusto ma sempre col chiodo fisso di quella terra, tanto meravigliosa quanto poco goduta, al punto che decise di prendere nuovamente il mare con la propria barchetta a vela. A seguito dei favorevoli presagi delle donne del villaggio, Ercole si mise in viaggio senza che i genitori lo distogliessero dai propri propositi. La traversata si mostrò più ardua del previsto ed Ercole, pur scrutando attentamente le coste del continente, non riuscì a scorgere nulla che gli ricordasse il suo bel lido. Imperterrito resistette a procellose tempeste e si sfinì al remo quand’era bonaccia finché un giorno, con la vela allo scirocco, fu assalito dallo sconforto e si adagiò a poppa dell’imbarcazione che si muoveva sull’onda lunga. Preso da un senso d’abbandono ed in preda alla spossatezza per le lunghe giornate trascorse senza riposo, Ercole incrociò le braccia dietro la testa e, sfinito, si addormentò.
Al risveglio, la brezza di maestrale aveva preso il sopravvento e la barca filava via imperterrita fendendo le onde di un azzurro limpidissimo. Dopo ore o forse giorni di navigazione serena in quell’incanto, finalmente Ercole riconobbe, in lontananza, l’agognate sponde dove gli olivi erano carichi di frutti e gli oleandri erano tutti in fiore, gli acquitrini splendevano al sole e le tamerici coronavano la spiaggia. Egli sbarcò e, come avvolto da un luminoso silenzio, ascoltò il Signore, che solo lui era in grado di udire, ordinargli di scavare canali che dal mare partissero e ad esso ritornassero per bonificare la terra. Il Signore gli esternò il presagio di una vita estremamente travagliata ma dalle soddisfazioni enormi: gli predisse che avrebbe fondato una grande città e che il suo nome sarebbe stato ricordato nei secoli. Gli fornì una clava robusta per difendersi, una zappa per dissodare la terra e gli ordinò di darsi da fare immediatamente che Lui lo avrebbe seguito e guidato.
Ercole era solo un puntino tuttavia splendente in mezzo a quella landa assolutamente deserta; mentre le onde del mare frangevano sugli scogli, le cicale presero a cantare come per incoraggiarlo in quell’impresa eccezionale e lui, finalmente giunto alla terra per lungo tempo sognata, affondò la zappa nel terreno dando così inizio alla sua sovrumana fatica.
            Il lavoro che l’eroe aveva principiato era di proporzioni enormi e bonificare le paludi dove svolazzavano zanzare e nugoli d’altri insetti portatori di malattie e miasmi pestiferi si rivelò irto di difficoltà. Il Signore pensò di dare una mano al prode pioniere e, dalla Libia, prelevò un forte vento che purificò l’aria di quelle mefitiche paludi: per la sua provenienza, Ercole chiamò quel vento “Libiecio”.
Per i successivi cento anni, con gran compiacimento del Signore, Ercole lavorò duramente costruendo i canali comunicanti tra loro che gli erano stati ordinati; la terra si rinsaldava e, come premio per la costanza e la perseveranza, cominciava a dare i propri frutti. Alla fine, stanco per il lunghissimo, duro e solitario impegno, si abbandonò ad un’accorata preghiera che il Signore accolse prontamente inviandogli braccia forti che lo aiutassero a sbrigare le proprie faccende. Fu così che un giorno giunse in quella terra un omino chiamato Cicala, il giorno appresso un omicciòlo soprannominato Gallinella, quello dopo ancora un omiciattolo detto Gattuccio, poi un omaccio chiamato Polpo, indi un omaccino nominato Grongo e, l’ultimo giorno, un omaccione detto Scorpano. Una caratteristica accomunava tutti quegli individui: avevano i capelli rapati a zero e non poterono nascondere, ancorché inviati dal Signore, di essere recentemente evasi di galera. Al successivo levar del sole, il settimo, Ercole pregò che non arrivassero altri collaboratori e che il Signore provvedesse affinché le prigioni fossero vigilate con maggior attenzione. Accontentato nei propri desideri, con tanto di clava, Ercole obbligò i sei aiutanti a collaborare alla bonifica ed al recupero della zona finché, dopo un altro periodo di duro lavoro, egli morì alla bella età di centotrentuno anni suonati. Gli strampalati assistenti seppellirono il proprio capomastro con tutti gli onori ed edificarono in suo onore un grande tempio che fu battezzato Tempio di Labrone.
Così come aveva a suo tempo condizionato la volontà di Ercole, il Signore fece in modo che i sei ex carcerati andassero d’amore e d’accordo ed ordinò loro di costruire un castello nelle vicinanze della tomba e del tempio e così fecero. Il castello era quadrato ed imponente, equipaggiato con alte torri merlate e l’accesso era garantito da una gran porta che dava proprio sulla battigia. Con castello e tempio il lido inospitale stava assumendo i connotati di un villaggio ed il signore decise di chiamarlo Villaggio di Labrone cosicché gli unici sei abitanti, dopo la dipartita del patriarca, vennero chiamati Labronici. Pensando a migliorie da apportare al villaggio, il Gattuccio un giorno disse di aver visto, in oriente, un castello sul cui portone spiccava, a caratteri cubitali d’oro, la scritta “Conosci te stesso” e propose agli altri di apporre a loro volta un motto sulla porta del castello. Pensa che ti ripensa la scritta “di Labron son nato” apparve la più adatta cosicché ne forgiarono i caratteri cubitali in bronzo e l’applicarono proprio nel mezzo del portale.
Per niente stupito, il Signore apprezzò l’orgoglio dei Labronici e fece in modo e maniera che un’ispirazione li stimolasse a cucinare una pietanza che lasciasse il segno anche nel futuro più anteriore. I sei ex avanzi di galera, ormai pentiti ed ampiamente redenti, in un grande tegame misero a soffriggere e rosolare a puntino dell’olio d’oliva, del sale, della salvia e dell’aglio freschissimo tritato, poi aggiunsero acqua quanto basta e molto pomodoro a pezzi, pepe ed abbondante zenzero finché, quando la salsa fu ritirata ben bene, vi buttarono polpi, gattucci e gronghi tagliati a pezzi e scorpani, gallinelle e cicale interi, facendo cuocere il tutto a fuoco lentissimo, affinché s’insaporisse appropriatamente. Infine abbrustolirono diverse fette di pane che aromatizzarono strusciandoci freschi spicchi d’aglio. Misero il pane sul fondo di un catino che riempirono con il brodo di pesce appena cucinato poi pregarono il Signore per il cibo ricevuto e mangiarono con gusto la zuppa così ottenuta. Trovarono la zuppa tanto gustosa e forte quanto lo era stato il loro patriarca e quanto lo erano loro che pronunciarono un eloquente discorso: “Come dall’insieme di questi rozzi pesci è sortito un buon piatto, così da noi (in origine accozzaglia di poco di buono) verrà la bella cosa voluta dal Cielo e sulla terra del nostro Villaggio, cogli anni, crescerà una gran pianta”. Fu decretato che quello sarebbe stato il loro prelibato piatto delle ricorrenze e del ricordo che i loro figli ed i figli dei loro figli avrebbero mangiato nei secoli dei secoli. I Labronici si strinsero la mano destra in segno d’amicizia, alleanza e reciproca fedeltà e decisero di chiamare quella vivanda piccante col nome di “Cacciucco”.
Il Signore apprezzò molto l’iniziativa e la solennità del momento e decise d’inviare ai Labronici delle donne affinché si accoppiassero e si moltiplicassero in fretta finché il villaggio originario non fu più in grado di accoglierli tutti. Si fecero opere d’ampliamento e nuove costruzioni ed il complesso così ottenuto fu chiamato “Castello di Livorno” cosicché, da allora, gli abitanti furono detti Livornesi. La terra sempre più continuava a produrre abbondanti frutti e le acque dei canali scavati da Ercole Labrone costituivano un’abbondante risorsa di pesca oltre che importanti vie di passaggio.
Il Signore, soddisfatto dell’operato dei Livornesi, li guardò con occhio benevolo.

Liberamente tratto da “Livorno Nostra” di Gastone Razzaguta, Editrice Nuova Fortezza.

Ermanno Volterrani, 22.03.2008

venerdì 9 marzo 2012

Il Castello di Antignano

La Pieve di Santa Lucia inglobata nella struttura del Castello, al centro dell’attuale “Caciaia”
Ben poco rimane del Castello dell’Antignano
Dal castello all’albergo di lusso ed all’elegante condominio

Il Castello di Antignano (detto anche Forte di Antignano) è la rocca ubicata, lato monte, all’estremità sud dell’omonimo viale, proprio di fronte al tratto di mare che gli antignanesi sono soliti chiamare “la pompa”, spesso frequentato da amanti di surf e body-surf per le generose dimensioni delle onde che si creano a seguito delle frequenti mareggiate di libeccio: a scaduta, come si dice. La cinta del castello si estende verso l’interno e racchiude un ampio cortile, Piazza del Castello, nota come la “Caciaia”, al centro del quale si trova la Pieve di Santa Lucia, la parrocchia di Antignano prima che fosse trasferita nella chiesa di Banditella, tanto sontuosa quanto poco rappresentativa dell’umiltà predicata dal Cristo.
Attualmente il corpo principale del vecchio castello, fronte mare, è un elegante condominio, laddove le ali nord e sud e gli scorci del lato ovest sono adibiti a dimore più modeste. Precedentemente al suo attuale aspetto ed utilizzo, la famiglia Cremoni, proprietaria dell’immobile, aveva a suo tempo trasformato detto corpo principale in albergo di lusso frequentato da villeggianti di un certo rango fin dal 1878, allorché L’Antignano godeva di una discreta fama di località di villeggiatura; il rivellino triangolare fu invece adattato a grande terrazza da cui godere i panorami mozzafiato che il sole al tramonto genera sul nostro amato Tirreno.
Ma facciamo un passo indietro. Pur non esistendo testimonianze o documentazioni certe, il castello, di cui rimangono ben pochi resti, potrebbe essere il terzo fortilizio costruito ad Antignano nel corso dei secoli. Un primo edificio fortificato, utilizzato altresì per il ricovero delle truppe dislocate in loco, risalirebbe all’epoca dei romani, impegnati nella tutela delle coste dell’alto Tirreno contro le numerosi scorrerie piratesche. Andato distrutto per incuria, per le numerose incursioni barbariche o semplicemente per l’inevitabile incedere del tempo, un altro forte potrebbe essere stato costruito intorno all’XI o XII secolo a protezione del villaggio e della chiesa, già esistente fin dall’anno 1000 o giù di lì. A testimonianza indiretta della sua esistenza, durante un attacco del 1484, le navi genovesi in guerra contro i fiorentini avrebbero fatto sosta sotto Montenero, nei pressi dell’Antignano, prima di attaccare la torre del Marzocco: evidentemente l’attacco alla torre sarebbe avvenuto a seguito della distruzione del forte in questione.
Nella seconda metà del 1500, il Granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, dopo aver riassestato le campagne promuovendo la coltivazione di vigne, uliveti ed agrumeti, avvertì la necessità di costruire una fortezza sul litorale del piccolo paese dell’Antignano, allora entità ben definita e non ancora inglobato nella realtà rionale labronica, allo scopo di riorganizzare i sistemi difensivi e d’avvistamento della zona litoranea. Il Granduca affidò l’incarico di redigere il progetto al capitano Raffaello Guerrazzi di Castelfranco, già di stanza presso la Fortezza Vecchia con l’incarico di comandante, ed i lavori presero il via nel 1560 all’intorno della preesistente chiesa di Santa Lucia. Secondo l’opinione comune, la Pieve di Santa Lucia sarebbe stata eretta già nel XII secolo (o, come detto, addirittura in precedenza) e restaurata, o riedificata, intorno al 1370, come sembrerebbe dimostrare la lapide tuttora affissa sul muro della chiesa stessa. Proprio quello sarebbe l’anno in cui Papa Urbano V, durante una sosta del suo viaggio da Roma ad Avignone, consacrò la Pieve a Santa Lucia, martire siracusana. Il granduca Cosimo I avrebbe fatto ampliare, o addirittura ricostruire, la pieve in base alle esigenze del castello appena edificato e, nel 1575, sotto il successore granduca Ferdinando I, la chiesa sarebbe stata riconsacrata ai Santi Cosimo e Damiano per opera dell’arcivescovo di Pisa Pietro Giacomo Borbone (come attesta una pergamena rinvenuta durante la ricostruzione dell’altare intorno al 1931).
Secondo altre fonti, invece, la lapide in oggetto sarebbe stata distrutta e successivamente sostituita da un’altra, in tutto simile alla precedente tuttavia priva di fondamento storico. La prima chiesa eretta all’Antignano sarebbe stata ordinata dal granduca Cosimo I de’ Medici con lo scopo di servire il castello (la cui costruzione è terminata nel 1567). La consacrazione ai Santi Cosimo e Damiano dopo la dipartita del granduca Cosimo I, invece, sarebbe confermata anche da questa seconda ipotesi. L’attuale denominazione di Pieve di Santa Lucia, risalirebbe a tempi molto più vicini a noi, al 1799 allorché il “titolo” fu trasferito dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie (il Santuario di Montenero) dove era stato temporaneamente trasferito nel 1781 a causa della rovina dell’edificio di Santa Lucia di Ardenza (G. Ciccone: Note storiche sulla chiesa di Livorno. Un benvenuto al nuovo vescovo, in Il Pentagono, n. 12, anno X, dicembre 2007, p.10).
Indipendentemente dalle controverse informazioni sulle proprie origini, attualmente la Pieve di Santa Lucia si trova inglobata in quella che, in origine, era la cinta muraria del Castello dell’Antignano in cui trovavano posto, oltre che gli appartamenti per i granduchi, anche gli alloggi dei lavoranti, della guarnigione ed i locali adibiti ad officine e laboratori.
Il castello, dunque, fu terminato non prima del 1567, come esposto da Benvenuto Cellini allorché, durante un’escursione a cavallo in compagnia del granduca, era giunto a circa 4 miglia a Sud di Livorno nel luogo in cui si stava costruendo un piccola fortezza. La struttura del forte prevedeva quattro bastioni, uno per angolo e due vie d’accesso, una lato mare e l’altra a monte (tuttora esistente).
Percorrendo in senso antiorario il perimetro quadrangolare delle mura del castello, a partire dal corridoio d’accesso situato a metà dell’ala est, al vertice nord est s’incontrava il bastione della Fonte (magari aveva già a che fare con la Fonte Vecchia, vedi “Corriere di Livorno” del 28 febbraio 2008) poi il bastione della Fornace a nord ovest (per la presenza di due fornaci probabilmente necessarie alla produzione dei materiali utilizzati nella costruzione del forte, attualmente di fronte all’omonima via), il bastione della Campana a sud ovest per terminare con il bastione del Giardino a sud est (verso Via Duca Cosimo, che prosegue in via dei Giardini, per la fastosa villa anch’essa edificata per volere del granduca). In epoca successiva un rivellino a forma triangolare, quello poi trasformato in terrazza dalla famiglia Cremoni, fu costruito sul lato prospiciente il mare per ospitare l’artiglieria pesante.
Da un resoconto del 1749 del colonnello Odoardo Warren, direttore generale delle fortificazioni di Toscana, l’armamento del forte era così composto: tre pezzi del calibro di 4 libbre, 2 da una libbra, sei spingarde, sedici moschetti a miccia e varie munizioni, mentre la guarnigione era composta da 1 Castellano (uff.), 1 caporale, 1 cannoniere e tredici soldati tra fissi e rinforzi (dal sito www.lalivornina.it).
            Ancora nel 1846 Piero Volpi, nella sua Guida del Forestiere per la città e contorni di Livorno, utile ancora al livornese che brama di essere istruito dei particolari della sua patria (Livorno 1846, p.236), rammenta un presidio militare a testimonianza del mantenimento dell’architettura originale del castello; è quindi in epoca successiva che va registrata la cessione della struttura ad identità private che ne modificarono la conformazione rendendola più confacente alle esigenze di dimora privata. Come già citato, il fronte a mare fu trasformato in albergo dalla famiglia Cremoni mentre il rivellino, pur mantenendo pressoché intatta la struttura originale, divenne un’ampia terrazza ed i locali sulle ali del castello furono adibiti ad abitazioni civili esistenti ancora adesso. Tra i più anziani, c’è chi ricorda officine e box allestiti nelle rimesse dell’albergo Cremoni all’epoca della Coppa Montenero, gara automobilistica degli anni 20-30, fregiata anche del titolo di Gran Premio d’Italia. La ristrutturazione dei locali dell’albergo ad unità per uso abitativo è stata la più recente e, almeno per ora, definitiva modifica.


Ermanno Volterrani, 11-03-2008